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Archivio

inserito in Diritto&Diritti nel dicembre 2002

Sentenze consiglio di stato ottobre 2002

Novembre

***

29/11/2002                                200206596

Consiglio di Stato, sez. V, 29 novembre 2002, n. 64596

APPELLO

RICORSO IN CASSAZIONE

Il termine per la proposizione del ricorso alle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, avverso pronuncia del Consiglio di Stato in materia di impiego pubblico, è soggetto a sospensione durante il periodo feriale, atteso che l'inapplicabilità di tale sospensione per le controversie individuali di lavoro e quelle in tema di assistenza e previdenza obbligatorie, prevista dall'art. 3 della legge 7 ottobre 1969 n. 742, non riguarda le controversie attinenti al pubblico impiego (Cass. Sez. Un. sent. n. 1241 del 21-02-1984).

PROCESSO AMMINISTRATIVO

TERMINI PER RICORRERE

L'art. 3 della legge 7 ottobre 1969 n. 742, che stabilisce un'eccezione relativa ai giudizi in materia di lavoro, alla regola della sospensione dei termini durante il periodo feriale, non è applicabile ai giudizi amministrativi (Cons. Stato, Sez. VI, sent. n. 128 del 23-03-1982). Infatti, la legge 7 ottobre 1969 n. 742, stabilisce, agli artt. 2 per i giudizi penali, 3 per i giudizi civili e 5 per i giudizi amministrativi, eccezioni alla sospensione dei termini processuali durante il periodo feriale. Tali norme, di natura eccezionale, non possono essere applicate al di là dei casi espressamente previsti e pertanto il citato art. 3, il quale stabilisce una deroga alla sospensione relativamente ai giudizi civili per le controversie in materia previdenziale e di lavoro, non è applicabile ai giudizi amministrativi (Cons. Stato, Sez. VI, sent. n. 736 del 21-09-1987).

REVOCAZIONE

ERRORE DI FATTO

Secondo la previsione dell’articolo 395, n. 4 del codice di procedura civile, vi è errore di fatto risultante dagli atti o documenti della causa, “quando la decisione è fondata sulla supposizione di un fatto la cui verità è incontrastabilmente esclusa, oppure quando è supposta l'inesistenza di un fatto la cui verità è positivamente stabilita, e tanto nell'uno quanto nell'altro caso se il fatto non costituì un punto controverso sul quale la sentenza ebbe a pronunciare”.


29/11/2002                                200206595

Consiglio di Stato, sez. V, 29 novembre 2002, n. 64595

DIPENDENTI REGIONALI

TRATTAMENTO ECONOMICO

Gli operatori appartenenti alle équipes socio-psico-pedagogiche di cui alla legge regionale Calabria n. 57 del 5 maggio 1990 sono legati, ai sensi dell’art. 5 della stessa legge, da un rapporto di impiego subordinato con la Regione e non con i singoli Comuni. In base a tale norma, in particolare, “gli operatori delle équipes socio-psico-pedagogiche già utilizzati dai comuni singoli o associati o che, comunque, abbiano prestato servizio in regime di convenzione…sono mantenuti in servizio con rapporto di lavoro a tempo determinato”. La norma ha, quindi, operato la conversione del precedente rapporto in rapporto di pubblico impiego, lasciando indeterminato se questo intercorra con la regione o con il comune presso il quale il servizio era espletato.


29/11/2002                                200206594

Consiglio di Stato, sez. V, 29 novembre 2002, n. 64594

DIPENDENTI REGIONALI

TRATTAMENTO ECONOMICO

Gli operatori appartenenti alle équipes socio-psico-pedagogiche di cui alla legge regionale Calabria n. 57 del 5 maggio 1990 sono legati, ai sensi dell’art. 5 della stessa legge, da un rapporto di impiego subordinato con la Regione e non con i singoli Comuni. In base a tale norma, in particolare, “gli operatori delle équipes socio-psico-pedagogiche già utilizzati dai comuni singoli o associati o che, comunque, abbiano prestato servizio in regime di convenzione…sono mantenuti in servizio con rapporto di lavoro a tempo determinato”. La norma ha, quindi, operato la conversione del precedente rapporto in rapporto di pubblico impiego, lasciando indeterminato se questo intercorra con la regione o con il comune presso il quale il servizio era espletato.

 


29/11/2002                                200206593

Consiglio di Stato, sez. V, 29 novembre 2002, n. 64593

DIPENDENTI REGIONALI

TRATTAMENTO ECONOMICO

Gli operatori appartenenti alle équipes socio-psico-pedagogiche di cui alla legge regionale Calabria n. 57 del 5 maggio 1990 sono legati, ai sensi dell’art. 5 della stessa legge, da un rapporto di impiego subordinato con la Regione e non con i singoli Comuni. In base a tale norma, in particolare, “gli operatori delle équipes socio-psico-pedagogiche già utilizzati dai comuni singoli o associati o che, comunque, abbiano prestato servizio in regime di convenzione…sono mantenuti in servizio con rapporto di lavoro a tempo determinato”. La norma ha, quindi, operato la conversione del precedente rapporto in rapporto di pubblico impiego, lasciando indeterminato se questo intercorra con la regione o con il comune presso il quale il servizio era espletato.


29/11/2002                                200206592

Consiglio di Stato, sez. V, 29 novembre 2002, n. 64592

DIPENDENTI REGIONALI

TRATTAMENTO ECONOMICO

Gli operatori appartenenti alle équipes socio-psico-pedagogiche di cui alla legge regionale Calabria n. 57 del 5 maggio 1990 sono legati, ai sensi dell’art. 5 della stessa legge, da un rapporto di impiego subordinato con la Regione e non con i singoli Comuni. In base a tale norma, in particolare, “gli operatori delle équipes socio-psico-pedagogiche già utilizzati dai comuni singoli o associati o che, comunque, abbiano prestato servizio in regime di convenzione…sono mantenuti in servizio con rapporto di lavoro a tempo determinato”. La norma ha, quindi, operato la conversione del precedente rapporto in rapporto di pubblico impiego, lasciando indeterminato se questo intercorra con la regione o con il comune presso il quale il servizio era espletato.


29/11/2002                                200206591

Consiglio di Stato, sez. V, 29 novembre 2002, n. 64591

DIPENDENTI REGIONALI

TRATTAMENTO ECONOMICO

Gli operatori appartenenti alle équipes socio-psico-pedagogiche di cui alla legge regionale Calabria n. 57 del 5 maggio 1990 sono legati, ai sensi dell’art. 5 della stessa legge, da un rapporto di impiego subordinato con la Regione e non con i singoli Comuni. In base a tale norma, in particolare, “gli operatori delle équipes socio-psico-pedagogiche già utilizzati dai comuni singoli o associati o che, comunque, abbiano prestato servizio in regime di convenzione…sono mantenuti in servizio con rapporto di lavoro a tempo determinato”. La norma ha, quindi, operato la conversione del precedente rapporto in rapporto di pubblico impiego, lasciando indeterminato se questo intercorra con la regione o con il comune presso il quale il servizio era espletato.

 


29/11/2002                                200206590

Consiglio di Stato, sez. V, 29 novembre 2002, n. 64590

DIPENDENTI REGIONALI

TRATTAMENTO ECONOMICO

Gli operatori appartenenti alle équipes socio-psico-pedagogiche di cui alla legge regionale Calabria n. 57 del 5 maggio 1990 sono legati, ai sensi dell’art. 5 della stessa legge, da un rapporto di impiego subordinato con la Regione e non con i singoli Comuni. In base a tale norma, in particolare, “gli operatori delle équipes socio-psico-pedagogiche già utilizzati dai comuni singoli o associati o che, comunque, abbiano prestato servizio in regime di convenzione…sono mantenuti in servizio con rapporto di lavoro a tempo determinato”. La norma ha, quindi, operato la conversione del precedente rapporto in rapporto di pubblico impiego, lasciando indeterminato se questo intercorra con la regione o con il comune presso il quale il servizio era espletato.

 


29/11/2002                                200206588

Consiglio di Stato, sez. V, 29 novembre 2002, n. 64588

DIPENDENTI REGIONALI

TRATTAMENTO ECONOMICO

Gli operatori appartenenti alle équipes socio-psico-pedagogiche di cui alla legge regionale Calabria n. 57 del 5 maggio 1990 sono legati, ai sensi dell’art. 5 della stessa legge, da un rapporto di impiego subordinato con la Regione e non con i singoli Comuni. In base a tale norma, in particolare, “gli operatori delle équipes socio-psico-pedagogiche già utilizzati dai comuni singoli o associati o che, comunque, abbiano prestato servizio in regime di convenzione…sono mantenuti in servizio con rapporto di lavoro a tempo determinato”. La norma ha, quindi, operato la conversione del precedente rapporto in rapporto di pubblico impiego, lasciando indeterminato se questo intercorra con la regione o con il comune presso il quale il servizio era espletato.


29/11/2002                                200206578

Consiglio di Stato, sez. V, 29 novembre 2002, n. 64578

DIPENDENTI REGIONALI

TRATTAMENTO ECONOMICO

Gli operatori appartenenti alle équipes socio-psico-pedagogiche di cui alla legge regionale Calabria n. 57 del 5 maggio 1990 sono legati, ai sensi dell’art. 5 della stessa legge, da un rapporto di impiego subordinato con la Regione e non con i singoli Comuni. In base a tale norma, in particolare, “gli operatori delle équipes socio-psico-pedagogiche già utilizzati dai comuni singoli o associati o che, comunque, abbiano prestato servizio in regime di convenzione…sono mantenuti in servizio con rapporto di lavoro a tempo determinato”. La norma ha, quindi, operato la conversione del precedente rapporto in rapporto di pubblico impiego, lasciando indeterminato se questo intercorra con la regione o con il comune presso il quale il servizio era espletato.

 


29/11/2002                                200206571

Consiglio di Stato, sez. V, 29 novembre 2002, n. 64571

DIPENDENTI REGIONALI

TRATTAMENTO ECONOMICO

Gli operatori appartenenti alle équipes socio-psico-pedagogiche di cui alla legge regionale Calabria n. 57 del 5 maggio 1990 sono legati, ai sensi dell’art. 5 della stessa legge, da un rapporto di impiego subordinato con la Regione e non con i singoli Comuni. In base a tale norma, in particolare, “gli operatori delle équipes socio-psico-pedagogiche già utilizzati dai comuni singoli o associati o che, comunque, abbiano prestato servizio in regime di convenzione…sono mantenuti in servizio con rapporto di lavoro a tempo determinato”. La norma ha, quindi, operato la conversione del precedente rapporto in rapporto di pubblico impiego, lasciando indeterminato se questo intercorra con la regione o con il comune presso il quale il servizio era espletato.


29/11/2002                                200206556

Consiglio di Stato, sez. V, 29 novembre 2002, n. 64556

DIPENDENTI REGIONALI

TRATTAMENTO ECONOMICO

Gli operatori appartenenti alle équipes socio-psico-pedagogiche di cui alla legge regionale Calabria n. 57 del 5 maggio 1990 sono legati, ai sensi dell’art. 5 della stessa legge, da un rapporto di impiego subordinato con la Regione e non con i singoli Comuni. In base a tale norma, in particolare, “gli operatori delle équipes socio-psico-pedagogiche già utilizzati dai comuni singoli o associati o che, comunque, abbiano prestato servizio in regime di convenzione…sono mantenuti in servizio con rapporto di lavoro a tempo determinato”. La norma ha, quindi, operato la conversione del precedente rapporto in rapporto di pubblico impiego, lasciando indeterminato se questo intercorra con la regione o con il comune presso il quale il servizio era espletato.


29/11/2002                                200206554

Consiglio di Stato, sez. V, 29 novembre 2002, n. 64554

DIPENDENTI REGIONALI

TRATTAMENTO ECONOMICO

Gli operatori appartenenti alle équipes socio-psico-pedagogiche di cui alla legge regionale Calabria n. 57 del 5 maggio 1990 sono legati, ai sensi dell’art. 5 della stessa legge, da un rapporto di impiego subordinato con la Regione e non con i singoli Comuni. In base a tale norma, in particolare, “gli operatori delle équipes socio-psico-pedagogiche già utilizzati dai comuni singoli o associati o che, comunque, abbiano prestato servizio in regime di convenzione…sono mantenuti in servizio con rapporto di lavoro a tempo determinato”. La norma ha, quindi, operato la conversione del precedente rapporto in rapporto di pubblico impiego, lasciando indeterminato se questo intercorra con la regione o con il comune presso il quale il servizio era espletato.


29/11/2002                                200206553

Consiglio di Stato, sez. V, 29 novembre 2002, n. 64553

DIPENDENTI REGIONALI

TRATTAMENTO ECONOMICO

Gli operatori appartenenti alle équipes socio-psico-pedagogiche di cui alla legge regionale Calabria n. 57 del 5 maggio 1990 sono legati, ai sensi dell’art. 5 della stessa legge, da un rapporto di impiego subordinato con la Regione e non con i singoli Comuni. In base a tale norma, in particolare, “gli operatori delle équipes socio-psico-pedagogiche già utilizzati dai comuni singoli o associati o che, comunque, abbiano prestato servizio in regime di convenzione…sono mantenuti in servizio con rapporto di lavoro a tempo determinato”. La norma ha, quindi, operato la conversione del precedente rapporto in rapporto di pubblico impiego, lasciando indeterminato se questo intercorra con la regione o con il comune presso il quale il servizio era espletato.

 


29/11/2002                                200206552

Consiglio di Stato, sez. V, 29 novembre 2002, n. 64552

DIPENDENTI REGIONALI

TRATTAMENTO ECONOMICO

Gli operatori appartenenti alle équipes socio-psico-pedagogiche di cui alla legge regionale Calabria n. 57 del 5 maggio 1990 sono legati, ai sensi dell’art. 5 della stessa legge, da un rapporto di impiego subordinato con la Regione e non con i singoli Comuni. In base a tale norma, in particolare, “gli operatori delle équipes socio-psico-pedagogiche già utilizzati dai comuni singoli o associati o che, comunque, abbiano prestato servizio in regime di convenzione…sono mantenuti in servizio con rapporto di lavoro a tempo determinato”. La norma ha, quindi, operato la conversione del precedente rapporto in rapporto di pubblico impiego, lasciando indeterminato se questo intercorra con la regione o con il comune presso il quale il servizio era espletato.


29/11/2002                                200206551

Consiglio di Stato, sez. V, 29 novembre 2002, n. 64551

DIPENDENTI REGIONALI

TRATTAMENTO ECONOMICO

Gli operatori appartenenti alle équipes socio-psico-pedagogiche di cui alla legge regionale Calabria n. 57 del 5 maggio 1990 sono legati, ai sensi dell’art. 5 della stessa legge, da un rapporto di impiego subordinato con la Regione e non con i singoli Comuni. In base a tale norma, in particolare, “gli operatori delle équipes socio-psico-pedagogiche già utilizzati dai comuni singoli o associati o che, comunque, abbiano prestato servizio in regime di convenzione…sono mantenuti in servizio con rapporto di lavoro a tempo determinato”. La norma ha, quindi, operato la conversione del precedente rapporto in rapporto di pubblico impiego, lasciando indeterminato se questo intercorra con la regione o con il comune presso il quale il servizio era espletato.


29/11/2002                                200206550

Consiglio di Stato, sez. V, 29 novembre 2002, n. 64550

DIPENDENTI REGIONALI

TRATTAMENTO ECONOMICO

Gli operatori appartenenti alle équipes socio-psico-pedagogiche di cui alla legge regionale Calabria n. 57 del 5 maggio 1990 sono legati, ai sensi dell’art. 5 della stessa legge, da un rapporto di impiego subordinato con la Regione e non con i singoli Comuni. In base a tale norma, in particolare, “gli operatori delle équipes socio-psico-pedagogiche già utilizzati dai comuni singoli o associati o che, comunque, abbiano prestato servizio in regime di convenzione…sono mantenuti in servizio con rapporto di lavoro a tempo determinato”. La norma ha, quindi, operato la conversione del precedente rapporto in rapporto di pubblico impiego, lasciando indeterminato se questo intercorra con la regione o con il comune presso il quale il servizio era espletato.


29/11/2002                                200206549

Consiglio di Stato, sez. V, 29 novembre 2002, n. 64549

Dispone istruttoria.


29/11/2002                                200206548

Consiglio di Stato, sez. V, 29 novembre 2002, n. 64548

DIPENDENTI REGIONALI

TRATTAMENTO ECONOMICO

Gli operatori appartenenti alle équipes socio-psico-pedagogiche di cui alla legge regionale Calabria n. 57 del 5 maggio 1990 sono legati, ai sensi dell’art. 5 della stessa legge, da un rapporto di impiego subordinato con la Regione e non con i singoli Comuni. In base a tale norma, in particolare, “gli operatori delle équipes socio-psico-pedagogiche già utilizzati dai comuni singoli o associati o che, comunque, abbiano prestato servizio in regime di convenzione…sono mantenuti in servizio con rapporto di lavoro a tempo determinato”. La norma ha, quindi, operato la conversione del precedente rapporto in rapporto di pubblico impiego, lasciando indeterminato se questo intercorra con la regione o con il comune presso il quale il servizio era espletato.


29/11/2002                                200206547

Consiglio di Stato, sez. V, 29 novembre 2002, n. 64547

Dispone istruttoria.


29/11/2002                                200206546

Consiglio di Stato, sez. V, 29 novembre 2002, n. 64546

PROCESSO AMMINISTRATIVO

CONTROINTERESSATO

Secondo la giurisprudenza del Consiglio, l'esigenza d'invocare in giudizio un controinteressato si prospetta allorché sia individuabile, in base al tenore del provvedimento impugnato, un soggetto, al quale l'atto direttamente si riferisce, sia nel caso di espressa menzione di un soggetto interessato al mantenimento in vita dell'atto sia nell'ipotesi d'individuabilità in base ad un'indicazione logico-deduttiva delle statuizioni contenute nell'atto stesso (C. Stato, sez. IV, 24-02-2000, n. 981). In senso analogo, la Sezione (C. Stato, sez. V, 01-12-1999, n. 2032) ha ripetutamente chiarito che, nel processo amministrativo, la qualità di controinteressato in senso tecnico deve essere riconosciuta a coloro che da un lato siano portatori di un interesse qualificato alla conservazione del provvedimento impugnato, di natura eguale e contraria a quello del ricorrente (c.d. elemento sostanziale), e dall'altro siano nominativamente indicati nel provvedimento stesso o comunque siano agevolmente individuabili in base ad esso (c.d. elemento formale). Per contro, non sono qualificabili come controinteressati i soggetti la cui posizione è incisa dal provvedimento impugnato solo in modo indiretto e riflesso (C. Stato, sez. IV, 06-04-2000, n. 1982). È appena il caso di osservare che in caso di impugnazione del diniego regionale del progetto di impianto di smaltimento di rifiuti industriali, i comuni viciniori a quello sul cui territorio l'impianto dovrà sorgere, non sono contraddittori necessari, essendo irrilevante la loro partecipazione al procedimento, atteso che detta partecipazione è istituzionalmente finalizzata alla migliore tutela dell'interesse pubblico di cui è portatrice l'autorità emanante il provvedimento finale (C. Stato, sez. IV, 28-11-1994, n. 968).

URBANISTICA

PIANO REGOLATORE GENERALE

La giurisprudenza del Consiglio ha chiarito che ai sensi dell'art. 32 della legge 8 giugno 1990 n. 142, rientra nella competenza del Consiglio comunale l'adozione di piani territoriali e urbanistici, programmi annuali e pluriennali per la loro attuazione, le eventuali deroghe ad essi nonché i pareri da rendere nelle dette materie. Pertanto, la Giunta comunale non può sostituirsi al Consiglio nel deliberare una variante al piano regolatore generale, neppure trattandosi di variante parziale e di rito abbreviato ai sensi della legge 3 gennaio 1978 n. 1 dato che persino le semplici "deroghe" sono riservate al Consiglio (Sez. IV, sent. n. 850 del 03-11-1994).


29/11/2002                                200206540

Consiglio di Stato, sez. IV, 29 novembre 2002, n. 64540

PROCESSO AMMINISTRATIVO

INTERRUZIONE DEL PROCESSO

L’effetto interruttivo costituito dal decesso del difensore opera automaticamente ipso iure (cfr. Cons. St., Ad. Plen., 10 ottobre 1983, n.24; Cons. St., IV, 28 luglio 1981, n.663) e si verifica indipendentemente dalla dichiarazione in giudizio o dalla comunicazione alla controparte (cfr. Cons. St., IV, 24 febbraio 2000, n.1010; id., n.663/1981 cit.); ne consegue che deve essere dichiarata l’interruzione del processo dal giorno della morte dell’avvocato stesso (cfr. art.24, 1° comma, L. n.1034/71 cit.).


29/11/2002                                200206539

Consiglio di Stato, sez. IV, 29 novembre 2002, n. 64539

DIPENDENTI DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE IN GENERE

COSTITUZIONE DEL RAPPORTO

Vi è una solo apparente analogia tra rapporto d’impiego e corso di formazione presso l’Istituto Superiore di Polizia, considerato che i dipendenti pubblici sono selezionati per concorso, il quale ultimo può anche estrinsecarsi (quanto alle modalità attuative) in una particolare modalità di selezione e preparazione dei candidati attraverso corsi di formazione, ai quali si accede mediante apposite prove selettive che semplicemente si completeranno con gli esiti dei corsi stessi, che in questo caso solo con una certa approssimazione possono essere assimilati a quelli tenuti dalla Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione per il reclutamento dei pubblici funzionari o dalle Accademie Militari per il reclutamento degli ufficiali delle Forze armate


29/11/2002                                200206538

Consiglio di Stato, sez. IV, 29 novembre 2002, n. 64538

PROCESSO AMMINISTRATIVO

INTERRUZIONE DEL PROCESSO

L’effetto interruttivo costituito dal decesso del difensore opera automaticamente ipso iure (cfr. Cons. St., Ad. Plen., 10 ottobre 1983, n.24; Cons. St., IV, 28 luglio 1981, n.663) e si verifica indipendentemente dalla dichiarazione in giudizio o dalla comunicazione alla controparte (cfr. Cons. St., IV, 24 febbraio 2000, n.1010; id., n.663/1981 cit.); ne consegue che deve essere dichiarata l’interruzione del processo dal giorno della morte dell’avvocato stesso (cfr. art.24, 1° comma, L. n.1034/71 cit.).


29/11/2002                                200206537

Consiglio di Stato, sez. IV, 29 novembre 2002, n. 64537

PROCESSO AMMINISTRATIVO

INTERRUZIONE DEL PROCESSO

L’effetto interruttivo costituito dal decesso del difensore opera automaticamente ipso iure (cfr. Cons. St., Ad. Plen., 10 ottobre 1983, n.24; Cons. St., IV, 28 luglio 1981, n.663) e si verifica indipendentemente dalla dichiarazione in giudizio o dalla comunicazione alla controparte (cfr. Cons. St., IV, 24 febbraio 2000, n.1010; id., n.663/1981 cit.); ne consegue che deve essere dichiarata l’interruzione del processo dal giorno della morte dell’avvocato stesso (cfr. art.24, 1° comma, L. n.1034/71 cit.).


29/11/2002                                200206536

Consiglio di Stato, sez. IV, 29 novembre 2002, n. 64536

CONTRATTI DELLA PUBBLICA AMMMINISTRAZIONE

AGGIUDICAZIONE

In sede di aggiudicazione l’amministrazione non può che affidare l’appalto alla ditta concorrente risultata capace di offrire le migliori condizioni di mercato di fronte alle esigenze pubbliche evidenziate nel bando, le cui clausole devono essere rispettate, senza che peraltro si possa parlare di esclusione dalla gara in assenza di un’esplicita previsione in tal senso contenuta nello stesso, da interpretare in termini di ragionevolezza, onde favorire la più ampia partecipazione alla gara e la stipulazione del contratto più vantaggioso per l’apparato pubblico, sulla scia della possibilità (pacificamente riconosciuta dalla giurisprudenza amministrativa) di stipulare contratti anche atipici, purchè vantaggiosi per gli interessi pubblici, in quanto idonei a creare diritto (nella fattispecie, si trattava di un informale e spedito cottimo fiduciario per una fornitura in economia ex regolamento regionale n. 44/1996, sostanzialmente gestito a trattativa privata, con correlativa ampia discrezionalità in capo alla pubblica amministrazione).


29/11/2002                                200206535

Consiglio di Stato, sez. IV, 29 novembre 2002, n. 64535

CONTRATTI DELLA PUBBLICA AMMMINISTRAZIONE

Prima ancora che infondato, è irricevibile per tardività ed inammissibile (quanto all’impugnativa -già disattesa in primo grado- dell’esclusione dell’offerta dell’appellante, atto conseguenziale) per l’omessa impugnazione della presupposta lettera d’invito, l’appello che censuri precise prescrizioni contenute già in quest’ultima, non tempestivamente impugnate e nei cui confronti si sia verificata un’indubbia acquiescenza.


29/11/2002                                200206533

Consiglio di Stato, sez. IV, 29 novembre 2002, n. 64533

Dà atto della rinunzia al ricorso di primo grado con il conseguente annullamento senza rinvio della sentenza appellata e l’estinzione del giudizio di appello.


29/11/2002                                200206532

Consiglio di Stato, sez. IV, 29 novembre 2002, n. 64532

INSEGNANTI

ABILITAZIONE O IDONEITA’

Il servizio di insegnante di corsi integrativi e di assistente educatore non può essere considerato utile ai fini del concorso riservato per l'idoneità all'insegnamento nella scuola elementare. L'insegnante di sostegno è un insegnante a tutti gli effetti, in possesso dell'abilitazione/idoneità per l'insegnamento nella scuola elementare o per una delle classi di concorso per l'insegnamento nella scuola secondaria, che ha conseguito lo specifico titolo di specializzazione al termine di un corso biennale. L'insegnante di sostegno svolge una funzione docente e didattica in senso proprio, come risulta: dall'art. 2 L. 4.8.1977, n. 517, il quale ribadisce per la scuola elementare che "la scuola attua forme di integrazione a favore degli alunni portatori di handicaps con la prestazione di insegnanti specializzati... " dall'art. 7, comma 2, L. 4.8.1977, n. 517, il quale stabilisce per le scuole medie che "nell'ambito della programmazione di cui al precedente comma (programmazione educativa) sono previste forme di integrazione e di sostegno a favore degli alunni portatori di handicaps da realizzare mediante la utilizzazione dei docenti, di ruolo o incaricati a tempo indeterminato, in servizio nella scuola media e in possesso di particolari titoli di specializzazione, che ne facciano richiesta, entro il limite di una unità per ciascuna classe che accolga alunni portatori di handicaps e nel numero massimo di sei ore settimanali"; dall'art. 13, comma 6, 5.2.1992, n. 104, il quale prevede in tema di integrazione scolastica che "gli insegnanti di sostegno assumono la contitolarità delle sezioni e delle classi in cui operano, partecipano alla programmazione educativa e didattica e alla elaborazione e verifica delle attività di competenza dei consigli di interclasse, dei consigli di classe e dei collegi dei docenti". All'insegnante di sostegno spetta una contitolarità nell'insegnamento: egli è un insegnante di tutta la classe, assegnato a tutta la classe (e non al singolo portatore di handicap) come risorsa in più che, congiuntamente a tutti gli altri insegnanti, cura la programmazione dell'attività di insegnamento sia per l'alunno certificato handicap che per gli altri alunni ed elabora insieme agli altri insegnanti il progetto educativo individualizzato (Piano Educativo Personalizzato). Sotto il profilo dell'inquadramento, pertanto, l'insegnante di sostegno appartiene ai ruoli del personale insegnante. Diversamente da quest'ultimo, l'assistente educatore è previsto dall'art. 9 L.P. 23.6.1986, n. 15, come modificato dall'art. 3 L.P. 17.12.1993, n. 43. Tale figura è sostanzialmente differente dagli insegnanti di sostegno in quanto l'assistente educatore non svolge attività didattica. Secondo un recente parere di questo Consiglio (Cons.Stato, II, 19 maggio 1993, n. 1418) il servizio reso come assistente educatore ... non è computabile nei trecentosessanta giorni di servizio di insegnante elementare occorrenti per l'ammissione al concorso magistrale per soli titoli, di cui all'art. 2, 10° comma, d.l. 6 novembre 1989, n. 357 convertito dalla L. 27 dicembre 1989, n. 417. Per quanto concerne i requisiti di ammissione al concorso di cui trattasi, il comma 2 del citato art. 28 prevede il "possesso di diploma di maturità nonchè di un attestato di qualifica rilasciato al termine di uno specifico corso post-secondario, di durata almeno annuale, istituito dalla Provincia ai sensi della vigente normativa provinciale. La Giunta Provinciale determina i diplomi considerati sostitutivi del richiesto attestato di qualifica". Non è possibile sostenere che "l'attività svolta dagli assistenti educatori nelle scuole a favore dei soggetti minorati va sicuramente ricompresa tra le attività di sostegno". Compito dell'assistente educatore è di svolgere una attività di supporto materiale individualizzato, che nulla ha a che vedere con l'attività didattica propriamente intesa, ma che è finalizzata ad assicurare "la piena integrazione nei plessi scolastici di appartenenza e nelle classi normali", principalmente attraverso lo svolgimento di "attività di assistenza diretta agli alunni affetti da minorazioni fisiche, psichiche e sensoriali in tutte le necessità ai fini di una loro piena partecipazione alle attività scolastiche e formative". Si tratta quindi di attività di supporto alla didattica e non invece di attività didattica in senso proprio. L'inquadramento degli assistenti educatori conferma la già rilevata differenza di carattere sostanziale con gli insegnanti di sostegno. Infatti, mentre questi ultimi, come già detto, appartengono al ruolo degli insegnanti veri e propri, e ad essi quindi si applicano le disposizioni dei contratti collettivi del Comparto Scuola, gli assistenti educatori sono attualmente inquadrati nella VI qualifica funzionale dei ruoli comprensoriali, con applicazione del contratto collettivo del Comparto autonomie locali dd. 8.3.2000.


29/11/2002                                200206531

Consiglio di Stato, sez. IV, 29 novembre 2002, n. 64530

BOLZANO E TRENTO

E’ legittimo il consolidato orientamento negativo del Comitato per i beni culturali della provincia autonoma di Trento in materia di apertura di finestre nei sottotetti di immobili vincolati, onde evitare inopportune alterazioni delle caratteristiche storico-artistiche di tali edifici, in ciò esaurendosi la funzione tipica di detto Ufficio, mentre eventuali intese con altre amministrazioni interessate non potrebbero che riguardare i profili igienico-sanitari, di stretta competenza comunale.


29/11/2002                                200206530

Consiglio di Stato, sez. IV, 29 novembre 2002, n. 64530

DIPENDENTI DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE IN GENERE

CONCORSO

ESCLUSIONE

L’applicazione dei principi di buon andamento e di imparzialità, costituzionalmente affermati (art. 97 della Cost.), oltre che di quelli di buona amministrazione e di ragionevolezza - i quali non sono altro che corollario dei primi - a cui deve sempre ispirarsi l’attività della pubblica amministrazione, comporta la necessità della motivazione sulla sussistenza dell’interesse pubblico all’adozione del provvedimento di esclusione da un concorso. (necessità tanto più pregnante proprio in considerazione delle peculiarità del caso di specie, consistenti nell’avere, da parte dell’esclusa, già positivamente superato le prove scritte nella vigenza della nuova normativa)


29/11/2002                                200206529

Consiglio di Stato, sez. IV, 29 novembre 2002, n. 64529

MILITARI

CONCORSO

Ai sensi dell’art. 20 della l. 10 maggio 1983, n. 212 (in vigore dal 1 gennaio 1983 e poi abrogato, con effetto dal 1 settembre 1995, dall’art. 40 del d.lgs. 12 maggio 1995, n. 196), contenente “Norme sul reclutamento, gli organici e l'avanzamento dei sottufficiali dell'Esercito, della Marina, dell'Aeronautica e della Guardia di finanza”, “i concorrenti giudicati non idonei sono collocati immediatamente in congedo” (comma 1), “i concorrenti giudicati idonei, non vincitori del concorso, possono partecipare per una sola volta al primo concorso utile successivo” (comma 2) e, “qualora non risultino vincitori del concorso per la seconda volta, sono collocati immediatamente in congedo” (comma 3). La questione per cui è causa attiene all’applicabilità del disposto dell’art. 20 della l. n. 212/1983 anche al personale arruolato in base ai concorsi banditi anteriormente all’entrata in vigore della legge stessa e, quindi, alla legittimità del provvedimento di collocamento in congedo, adottato, ai sensi del citato art. 20, nei confronti del militare che sia stato giudicato non idoneo nel concorso per la promozione a sergente maggiore di cui ai precedenti artt. 4 e 13 ovvero, se idoneo, non sia risultato vincitore nel successivo concorso. La giurisprudenza di questa Sezione (1 giugno 1993, nn. 580 e 574; 15 settembre 1992, n. 756; 28 luglio 1992, n. 697; 1 luglio 1992, nn. 660, 659, 658 e 657; 11 giugno 1992, n. 616; 20 maggio 1992, n. 539; 23 gennaio 1992, n. 90; 19 marzo 1991, n. 201; 26 aprile 1990, n. 302) ha risolto la questione in modo affermativo, nel senso dell’applicabilità della disciplina dettata dall’art. 20 della l. n. 212/1983 anche ai rapporti insorti in virtù dei bandi di arruolamento volontario emanati in data anteriore a quella di entrata in vigore della legge stessa. Ciò sulla base delle seguenti considerazioni: a) il bando di arruolamento, come tutti i bandi di concorso, costituisce la “lex specialis” rispetto alla procedura concorsuale, ma non in relazione a quelle previsioni che richiamano o riproducono le regole vigenti in materia di stato giuridico, trattamento economico e progressione di carriera, una volta che si sia instaurato il rapporto di impiego; b) non è configurabile, in materia di pubblico impiego, una legittima aspettativa ad un dato svolgimento di carriera.


29/11/2002                                200206528

Consiglio di Stato, sez. IV, 29 novembre 2002, n. 64528

MILITARI

CONCORSO

Ai sensi dell’art. 20 della l. 10 maggio 1983, n. 212 (in vigore dal 1 gennaio 1983 e poi abrogato, con effetto dal 1 settembre 1995, dall’art. 40 del d.lgs. 12 maggio 1995, n. 196), contenente “Norme sul reclutamento, gli organici e l'avanzamento dei sottufficiali dell'Esercito, della Marina, dell'Aeronautica e della Guardia di finanza”, “i concorrenti giudicati non idonei sono collocati immediatamente in congedo” (comma 1), “i concorrenti giudicati idonei, non vincitori del concorso, possono partecipare per una sola volta al primo concorso utile successivo” (comma 2) e, “qualora non risultino vincitori del concorso per la seconda volta, sono collocati immediatamente in congedo” (comma 3). La questione per cui è causa attiene all’applicabilità del disposto dell’art. 20 della l. n. 212/1983 anche al personale arruolato in base ai concorsi banditi anteriormente all’entrata in vigore della legge stessa e, quindi, alla legittimità del provvedimento di collocamento in congedo, adottato, ai sensi del citato art. 20, nei confronti del militare che sia stato giudicato non idoneo nel concorso per la promozione a sergente maggiore di cui ai precedenti artt. 4 e 13 ovvero, se idoneo, non sia risultato vincitore nel successivo concorso. La giurisprudenza di questa Sezione (1 giugno 1993, nn. 580 e 574; 15 settembre 1992, n. 756; 28 luglio 1992, n. 697; 1 luglio 1992, nn. 660, 659, 658 e 657; 11 giugno 1992, n. 616; 20 maggio 1992, n. 539; 23 gennaio 1992, n. 90; 19 marzo 1991, n. 201; 26 aprile 1990, n. 302) ha risolto la questione in modo affermativo, nel senso dell’applicabilità della disciplina dettata dall’art. 20 della l. n. 212/1983 anche ai rapporti insorti in virtù dei bandi di arruolamento volontario emanati in data anteriore a quella di entrata in vigore della legge stessa. Ciò sulla base delle seguenti considerazioni: a) il bando di arruolamento, come tutti i bandi di concorso, costituisce la “lex specialis” rispetto alla procedura concorsuale, ma non in relazione a quelle previsioni che richiamano o riproducono le regole vigenti in materia di stato giuridico, trattamento economico e progressione di carriera, una volta che si sia instaurato il rapporto di impiego; b) non è configurabile, in materia di pubblico impiego, una legittima aspettativa ad un dato svolgimento di carriera.


29/11/2002                                200206527

Consiglio di Stato, sez. IV, 29 novembre 2002, n. 64527

MILITARI

CONCORSO

Ai sensi dell’art. 20 della l. 10 maggio 1983, n. 212 (in vigore dal 1 gennaio 1983 e poi abrogato, con effetto dal 1 settembre 1995, dall’art. 40 del d.lgs. 12 maggio 1995, n. 196), contenente “Norme sul reclutamento, gli organici e l'avanzamento dei sottufficiali dell'Esercito, della Marina, dell'Aeronautica e della Guardia di finanza”, “i concorrenti giudicati non idonei sono collocati immediatamente in congedo” (comma 1), “i concorrenti giudicati idonei, non vincitori del concorso, possono partecipare per una sola volta al primo concorso utile successivo” (comma 2) e, “qualora non risultino vincitori del concorso per la seconda volta, sono collocati immediatamente in congedo” (comma 3). La questione per cui è causa attiene all’applicabilità del disposto dell’art. 20 della l. n. 212/1983 anche al personale arruolato in base ai concorsi banditi anteriormente all’entrata in vigore della legge stessa e, quindi, alla legittimità del provvedimento di collocamento in congedo, adottato, ai sensi del citato art. 20, nei confronti del militare che sia stato giudicato non idoneo nel concorso per la promozione a sergente maggiore di cui ai precedenti artt. 4 e 13 ovvero, se idoneo, non sia risultato vincitore nel successivo concorso. La giurisprudenza di questa Sezione (1 giugno 1993, nn. 580 e 574; 15 settembre 1992, n. 756; 28 luglio 1992, n. 697; 1 luglio 1992, nn. 660, 659, 658 e 657; 11 giugno 1992, n. 616; 20 maggio 1992, n. 539; 23 gennaio 1992, n. 90; 19 marzo 1991, n. 201; 26 aprile 1990, n. 302) ha risolto la questione in modo affermativo, nel senso dell’applicabilità della disciplina dettata dall’art. 20 della l. n. 212/1983 anche ai rapporti insorti in virtù dei bandi di arruolamento volontario emanati in data anteriore a quella di entrata in vigore della legge stessa. Ciò sulla base delle seguenti considerazioni: a) il bando di arruolamento, come tutti i bandi di concorso, costituisce la “lex specialis” rispetto alla procedura concorsuale, ma non in relazione a quelle previsioni che richiamano o riproducono le regole vigenti in materia di stato giuridico, trattamento economico e progressione di carriera, una volta che si sia instaurato il rapporto di impiego; b) non è configurabile, in materia di pubblico impiego, una legittima aspettativa ad un dato svolgimento di carriera.


29/11/2002                                200206526

Consiglio di Stato, sez. IV, 29 novembre 2002, n. 64526

APPELLO

TERMINI

L’art.23 bis della legge 6 dicembre 1971, n.1034, detta disposizioni speciali per i giudizi in determinate materie, fra cui quelli che hanno per oggetto provvedimenti relativi all’aggiudicazione di appalti di opere pubbliche o di pubblica utilità (comma 1). Prevede, in particolare, che “i termini processuali sono ridotti alla metà, salvo quelli per la proposizione del ricorso” (comma 2). Più avanti precisa che “il termine per la proposizione dell’appello” è di trenta giorni dalla notificazione della sentenza o di centoventi giorni dalla sua pubblicazione (comma 7). Dall’insieme delle norme predette emerge che la regola del dimezzamento dei termini, posta al comma 2, ha carattere generale, sicché, in mancanza di una deroga esplicita, vale anche per il deposito del ricorso. Per l’appello, questa conclusione è avvalorata dalla circostanza che è ridotto della metà anche il termine breve per la notificazione e in misura maggiore il termine lungo, sicché sarebbe irragionevole mantenere il termine ordinario previsto per il deposito (trenta giorni dalla notificazione).


29/11/2002                                200206525

Consiglio di Stato, sez. IV, 29 novembre 2002, n. 64525

ATTO E PROCEDIMENTO AMMINISTRATIVO

L’omessa indicazione del termine e dell’autorità cui ricorrere non impedisce la decorrenza del termine stesso né legittima la concessione dell’errore scusabile, se non quando sia apprezzabile, per le particolari circostanze del caso, una qualche giustificata incertezza sui modi e sui tempi dell’impugnazione (Cons. Stato, Adunanza plenaria 14 febbraio 2001, n.1). Diversamente non solo verrebbero eluse le indeclinabili esigenze di certezza che caratterizzano l’attività pubblicistica dell’amministrazione ma perderebbe significato il disposto dell’art. 21 della legge 6 dicembre 1971, n.1034 nella parte in cui, anche nel testo innovato dalla legge 20 luglio 2000, n.205, indica come sufficiente a far decorrere il termine la “piena conoscenza”, la conoscenza cioè raggiunta al di fuori della materiale acquisizione dell’atto lesivo.


29/11/2002                                200206524

Consiglio di Stato, sez. IV, 29 novembre 2002, n. 64524

STRANIERI

CITTADINI U.E.

Il tema della libera circolazione delle persone abbia costituito primario oggetto di attenzione da parte della Comunità europea, a partire dal Trattato istitutivo della stessa fino ad arrivare alla Convenzione di Schengen, entrata in vigore nel 1995, che ha permesso di abolire le frontiere interne fra gli Stati firmatari e di creare una frontiera esterna unica lungo la quale i controlli all'ingresso nello spazio Schengen vengono effettuati secondo procedure identiche (con detta Convenzione sono state adottate norme comuni in materia di visti, diritto d'asilo e controllo alle frontiere esterne onde consentire la libera circolazione delle persone all'interno dei paesi firmatari, senza turbare l'ordine pubblico e, per conciliare libertà e sicurezza, la libera circolazione è stata affiancata dalle cd. misure compensative, volte a migliorare il coordinamento tra polizia, dogane e amministrazioni giudiziarie, nonché a combattere, in particolare, il terrorismo e la criminalità organizzata).Il momento iniziale di tale processo è costituito, come si è detto, dall'art. 3 lett.c) del Trattato istitutivo della Comunità europea che prevede tre libertà, di circolazione delle persone, dei servizi e dei capitali all'interno della Comunità, disciplinate in maniera più ampia in altrettanti Capi del Titolo III parte II del Trattato. Dopo l'entrata in vigore dell'Atto unico europeo (dal 1° luglio 1987), il Consiglio delibera a maggioranza qualificata, su proposta della Commissione ed in cooperazione con il Parlamento europeo, tutti gli atti necessari per la regolamentazione della materia. Peraltro, secondo la dichiarazione politica allegata all'atto finale dell'Atto unico, gli stessi Stati membri cooperano per promuovere la libera circolazione delle persone senza pregiudizio delle competenze della Comunità, sia per quanto concerne l'ingresso, la circolazione e il soggiorno dei cittadini di paesi terzi; sia in merito alla lotta contro il terrorismo, la criminalità, il traffico degli stupefacenti, delle opere d'arte e delle antichità. La libera circolazione delle persone concerne i lavoratori dipendenti ed i lavoratori indipendenti; per quanto riguarda i primi, è stato sancito che devono essere abolite tutte le discriminazioni fondate sulla nazionalità, tra i lavoratori degli Stati membri, in materia di impiego, di remunerazione e delle altre condizioni di lavoro. Sono state però sempre fatte salve tutte le limitazioni giustificate da motivi di ordine pubblico, sicurezza pubblica e salute pubblica. Al riguardo, è a suo tempo intervenuta, anzitutto, la direttiva 64/221 del 25 febbraio 1964, per il coordinamento dei provvedimenti speciali riguardanti il trasferimento e il soggiorno degli stranieri, giustificati da motivi di ordine pubblico, di pubblica sicurezza e di sanità pubblica. Detta direttiva, nel disciplinare la materia, è partita da due preliminari considerazioni: 1) che il coordinamento delle disposizioni legislative, regolamentari ed amministrative che prevedevano un regime speciale per gli stranieri e che erano giustificate da motivi di ordine pubblico, di pubblica sicurezza e di sanità pubblica dovesse riguardare in primo luogo le condizioni dell'ingresso e del soggiorno dei cittadini degli Stati membri, sia che questi si trasferissero all'interno della Comunità in qualità di lavoratori indipendenti o salariati, sia in qualità di destinatari di servizi; 2) che tale coordinamento presupponesse, in particolare, un ravvicinamento delle procedure seguite da ciascuno Stato membro per far valere motivi di ordine pubblico, di pubblica sicurezza e di sanità pubblica in materia di trasferimento e di soggiorno degli stranieri. Nella direttiva si prevede (art.1) che le disposizioni nella stessa contenute riguardano i cittadini di uno Stato membro che soggiornano o si trasferiscono in un altro Stato membro della Comunità allo scopo di esercitare un'attività salariata o non salariata o in qualità di destinatari di servizi; (art.2) che la stessa riguarda i provvedimenti relativi all'ingresso sul territorio, al rilascio o al rinnovo del permesso di soggiorno, o all'allontanamento dal territorio, che sono adottati dagli Stati membri per motivi di ordine pubblico, di pubblica sicurezza o di sanità pubblica; (art.3) che i provvedimenti di ordine pubblico o di pubblica sicurezza devono essere adottati esclusivamente in relazione al comportamento personale dell'individuo nei riguardi del quale essi sono applicati e che non possono essere giustificati automaticamente in base a condanne penali, come pure non può giustificare l'allontanamento dal territorio la scadenza del documento d'identità che ha permesso l'ingresso nel Paese ospitante ed il rilascio del permesso di soggiorno; (art.4) che soltanto le malattie o le infermità menzionate nell'allegato possono autorizzare il rifiuto dell'ingresso nel territorio o del rilascio del primo permesso. I motivi di ordine pubblico, di pubblica sicurezza o di sanità pubblica, sui quali si basa il provvedimento che lo concerne, sono portati a conoscenza dell'interessato, salvo che vi si oppongano motivi di sicurezza dello Stato (art.6) e il provvedimento di diniego del rilascio o del rinnovo del permesso di soggiorno o il provvedimento di allontanamento dal territorio è notificato all'interessato e deve contenere l'indicazione del termine concesso per lasciare il territorio (art.7). Agli interessati deve essere garantito il diritto di ricorrere contro i provvedimenti adottati nei loro confronti o di essere comunque ascoltati (artt. 8 e 9). Tale riserva, secondo la Corte di giustizia (sent. 3/7/80, causa 157-79 Regina c. Pieck) non giustifica alcun provvedimento amministrativo che prescriva in modo generale altre formalità alla frontiera diverse dalla semplice esibizione di una carta d'identità o di un passaporto validi. Per attuare la libera circolazione dei lavoratori il Consiglio ha, poi, emanato il regolamento 1612/68, nel quale si afferma che la libera circolazione costituisce per i lavoratori e per le loro famiglie un diritto fondamentale e la Commissione, dal canto suo, ha emanato il regolamento 1251/70 per disciplinare il diritto dei lavoratori a rimanere sul territorio di uno Stato membro dopo avervi occupato un impiego. Due distinte direttive hanno poi disciplinato il diritto di soggiorno: 1) la direttiva 90/364 che mira a garantire ad ogni cittadino europeo il soggiorno in un paese diverso dal proprio, subordinandolo a talune condizioni (assicurazione sanitaria e risorse sufficienti) e prevedendo, su semplice presentazione di un documento d'identità, il rilascio di una carta di soggiorno valida cinque anni, rinnovabile e riconfermabile dopo due anni di soggiorno (sono previste deroghe per motivi di ordine pubblico, pubblica sicurezza o sanità pubblica); 2) la direttiva 90/365 che disciplina la materia in modo analogo alla precedente, riconoscendo il diritto di soggiorno dei lavoratori salariati e non salariati, cittadini di uno Stato membro, che hanno cessato la loro attività professionale, ma che hanno esercitato nella Comunità un'attività come lavoratori salariati o non salariati, a condizione che beneficino di una pensione d'invalidità, di un pensionamento anticipato o di una pensione per vecchiaia oppure di una rendita per infortunio sul lavoro o per malattia professionale. Nel descritto quadro di normazione comunitaria vigente all'epoca della proposizione del ricorso in primo grado si inseriscono poi le disposizioni emanate dal legislatore nazionale: prime, in ordine cronologico, le norme riguardanti la circolazione ed il soggiorno dei cittadini degli Stati membri della CEE, contenute nel DPR 30 dicembre 1965 n. 1656 e successive modificazioni. In esse vengono espressamente previste (artt.1-5) disposizioni concernenti l'ingresso o il soggiorno dei cittadini degli Stati membri della Comunità economica europea nel territorio della Repubblica, nonché il loro allontanamento dal territorio stesso e viene altresì previsto (art.6)che a dette disposizioni possa derogarsi solo per motivi di ordine pubblico, di pubblica sicurezza o di sanità pubblica. I provvedimenti di ordine pubblico o di pubblica sicurezza devono essere adottati esclusivamente in relazione al comportamento personale dell'individuo e la sola esistenza di condanne penali non può automaticamente giustificare l'adozione di tali provvedimenti. Seguono le disposizioni di cui alla L. 28 febbraio 1990 n. 39, di conversione, con modificazioni, del d.l. 30 dicembre 1989 n. 416, recante norme urgenti in materia di asilo politico, di ingresso e soggiorno dei cittadini extracomunitari ed apolidi già presenti nel territorio dello Stato, nonché disposizioni in materia di asilo. L'art.7 di detta legge disciplina specificamente anche l'ipotesi di espulsione dal territorio dello Stato quale misura di polizia per motivi di ordine pubblico o di sicurezza dello Stato, oltre che quale misura di sicurezza, mentre l'art. 13 (disposizioni di coordinamento e abrogazioni- Entrata in vigore) prevede, al primo comma, che le disposizioni del decreto convertito si applichino anche ai cittadini dei paesi comunitari e agli apolidi, in quanto più favorevoli, nonché ai cittadini o ex cittadini italiani o ai cittadini stranieri di origine italiana che rientrino nel territorio nazionale. Da quanto premesso, discendono, ad avviso della Sezione, le seguenti considerazioni circa la possibilità di espulsione da uno Stato membro di un cittadino comunitario. Anzitutto, le menzionate disposizioni, comunitarie e nazionali, che si riferiscono all'ingresso e soggiorno nello Stato dei cittadini comunitari, contemplano sempre possibilità di deroga agli istituti ivi disciplinati per motivi di ordine pubblico, di pubblica sicurezza o di sanità pubblica e prevedono specificamente l'ipotesi dell'allontanamento dal territorio del cittadino comunitario che versi in determinate condizioni. D'altro canto, per quel che attiene alla normativa nazionale, va rilevato che le disposizioni di cui al DPR n. 1656 del 30/12/65 e alla L.n. 39/90 individuano una serie di situazioni, fra loro integrate e complementari, di talchè, ove i cittadini comunitari non versino nelle situazioni individuate dal DPR cit. si applicano, se non ne esistono di più favorevoli e in quanto compatibili con il loro particolare status, le disposizioni di cui alla legge n. 39/90. Fra dette disposizioni rientra quella relativa all'espulsione dallo Stato per motivi di ordine pubblico o di pubblica sicurezza di cui all'art. 7 legge cit. e l'eventuale provvedimento di espulsione di un cittadino di uno Stato appartenente alla Comunità economica europea, adottato da uno Stato membro della medesima, non può, ad avviso del Collegio, ritenersi contrastante con il principio di libera circolazione delle persone, allorchè consegua a ragioni di ordine pubblico, di pubblica sicurezza o di sanità pubblica, sia per la specifica previsione di deroga contenuta per tali casi dalle disposizioni comunitarie e nazionali precedentemente ricordate, sia perché in tale caso la misura espulsiva costituisce il necessario deterrente proprio per il rispetto della libera circolazione (cfr. Cass.pen. I Sez., n. 1462/97; TAR Liguria II Sez., n. 133 del 29/04/92) non potendo le ragioni della solidarietà umana essere affermate al di fuori di un corretto bilanciamento dei valori in gioco, di cui si è fatto carico il Legislatore (cfr. Corte cost. n. 353 del 21/11/97). Nei confronti dei cittadini comunitari non è giustificato richiedere alla frontiera, per l'ingresso in un Paese membro, formalità diverse dalla semplice esibizione di una carta d'identità o di un passaporto validi. Va considerato che non risultano agli atti motivi attinenti all'ordine pubblico, o alla sicurezza pubblica o alla pubblica sanità connessi al comportamento personale dell'appellante tali da giustificare il provvedimento adottato nei suoi confronti (art.3 Dir.CEE 64/221). Va infine osservato che ai sensi del medesimo articolo neppure la scadenza del documento d'identità che permesso l'ingresso nel Paese ospitante e il rilascio del permesso di soggiorno può giustificare l'allontanamento dal territorio.


29/11/2002                                200206523

Consiglio di Stato, sez. IV, 29 novembre 2002, n. 64523

STRANIERI

CITTADINI U.E.

Il nodo fondamentale della controversia consiste nello stabilire se la misura dell'espulsione dello straniero dal territorio dello Stato, in presenza delle circostanze indicate dall'art.7 D.L. n. 416 del 30 dicembre 1989, convertito con modificazioni dalla L. n. 39 del 28 febbraio 1990, sia applicabile anche ai cittadini comunitari. Osserva al riguardo il Collegio come il tema della libera circolazione delle persone abbia costituito primario oggetto di attenzione da parte della Comunità europea, a partire dal Trattato istitutivo della medesima fino ad arrivare alla Convenzione di Schengen, entrata in vigore nel 1995, che ha permesso di abolire le frontiere interne fra gli Stati firmatari e di creare una frontiera esterna unica lungo la quale i controlli all'ingresso nello spazio Schengen vengono effettuati secondo procedure identiche (con detta Convenzione sono state adottate, fra l'altro, norme comuni in materia di visti, diritto d'asilo e controllo alle frontiere esterne onde consentire la libera circolazione delle persone all'interno dei paesi firmatari, senza turbare l'ordine pubblico e, per conciliare libertà e sicurezza, la libera circolazione è stata affiancata dalle cd. misure compensative, volte a migliorare il coordinamento tra polizia, dogane e amministrazioni giudiziarie, nonché a combattere, in particolare, il terrorismo e la criminalità organizzata). Il momento iniziale di tale processo è costituito, come si è detto, dall'art. 3 lett.c) del Trattato istitutivo della Comunità europea che prevede tre libertà, di circolazione delle persone, dei servizi e dei capitali all'interno della Comunità, disciplinate in maniera più ampia in altrettanti Capi del Titolo III parte II del Trattato. Dopo l'entrata in vigore dell'Atto unico europeo (dal 1° luglio 1987), firmato a Lussemburgo il 17 febbraio 1986, il Consiglio delibera a maggioranza qualificata, su proposta della Commissione ed in cooperazione con il Parlamento europeo, tutti gli atti necessari per la regolamentazione della materia. Peraltro, secondo la dichiarazione politica allegata all'atto finale dell'Atto unico, gli stessi Stati membri cooperano per promuovere la libera circolazione delle persone senza pregiudizio delle competenze della Comunità, sia per quanto concerne l'ingresso, la circolazione e il soggiorno dei cittadini di paesi terzi; sia in merito alla lotta contro il terrorismo, la criminalità, il traffico degli stupefacenti, delle opere d'arte e delle antichità. La libera circolazione delle persone concerne i lavoratori dipendenti ed i lavoratori indipendenti; per quanto riguarda i primi, è normativa vigente quella secondo cui devono essere abolite tutte le discriminazioni fondate sulla nazionalità, tra i lavoratori degli Stati membri, in materia di impiego, di remunerazione e delle altre condizioni di lavoro. Sono state però sempre fatte salve tutte le limitazioni giustificate da motivi di ordine pubblico, sicurezza pubblica e salute pubblica. Al riguardo, è a suo tempo intervenuta, anzitutto, la direttiva del Consiglio 64/221 del 25 febbraio 1964, per il coordinamento dei provvedimenti speciali riguardanti il trasferimento e il soggiorno degli stranieri, giustificati da motivi di ordine pubblico, di pubblica sicurezza e di sanità pubblica. Detta direttiva, nel disciplinare la materia, è partita da due preliminari considerazioni: 1) che il coordinamento delle disposizioni legislative, regolamentari ed amministrative che prevedevano un regime speciale per gli stranieri e che erano giustificate da motivi di ordine pubblico, di pubblica sicurezza e di sanità pubblica dovesse riguardare in primo luogo le condizioni dell'ingresso e del soggiorno dei cittadini degli Stati membri, sia che questi si trasferissero all'interno della Comunità in qualità di lavoratori indipendenti o salariati, sia in qualità di destinatari di servizi; 2) che tale coordinamento presupponesse, in particolare, un ravvicinamento delle procedure seguite da ciascuno Stato membro per far valere motivi di ordine pubblico, di pubblica sicurezza e di sanità pubblica in materia di trasferimento e di soggiorno degli stranieri. Nella direttiva si prevede (art.1) che le disposizioni nella stessa contenute riguardano i cittadini di uno Stato membro che soggiornano o si trasferiscono in un altro Stato membro della Comunità allo scopo di esercitare un'attività salariata o non salariata o in qualità di destinatari di servizi; (art.2) che la direttiva riguarda i provvedimenti relativi all'ingresso sul territorio, al rilascio o al rinnovo del permesso di soggiorno, o all'allontanamento dal territorio, che sono adottati dagli Stati membri per motivi di ordine pubblico, di pubblica sicurezza o di sanità pubblica; (art.3) che i provvedimenti di ordine pubblico o di pubblica sicurezza devono essere adottati esclusivamente in relazione al comportamento personale dell'individuo nei riguardi del quale essi sono applicati e che non possono essere giustificati automaticamente in base a condanne penali, come pure non può giustificare l'allontanamento dal territorio la scadenza del documento d'identità che ha permesso l'ingresso nel Paese ospitante ed il rilascio del permesso di soggiorno; (art.4) che soltanto le malattie o le infermità menzionate nell'allegato possono autorizzare il rifiuto dell'ingresso nel territorio o del rilascio del primo permesso. I motivi di ordine pubblico, di pubblica sicurezza o di sanità pubblica, sui quali si basa il provvedimento che lo concerne, sono portati a conoscenza dell'interessato, salvo che vi si oppongano motivi di sicurezza dello Stato (art.6) e il provvedimento di diniego del rilascio o del rinnovo del permesso di soggiorno o il provvedimento di allontanamento dal territorio è notificato all'interessato e deve contenere l'indicazione del termine concesso per lasciare il territorio (art.7). Agli interessati deve essere garantito il diritto di ricorrere contro i provvedimenti adottati nei loro confronti o di essere comunque ascoltati (artt. 8 e 9). Tale riserva, secondo la Corte di giustizia (sent. 3/7/80, causa 157-79 Regina c. Pieck) non giustifica alcun provvedimento amministrativo che prescriva in modo generale altre formalità alla frontiera diverse dalla semplice esibizione di una carta d'identità o di un passaporto validi. Per attuare la libera circolazione dei lavoratori il Consiglio ha, poi, emanato il regolamento 1612/68, nel quale si afferma che la libera circolazione costituisce per i lavoratori e per le loro famiglie un diritto fondamentale e la Commissione, dal canto suo, esercitando quella competenza che l'art. 48 del Trattato le riconosce, ha emanato il regolamento 1251/70 per regolamentare il diritto dei lavoratori a rimanere sul territorio di uno Stato membro dopo avervi occupato un impiego. Due distinte direttive hanno poi disciplinato il diritto di soggiorno: 1) la direttiva 90/364 che mira a garantire ad ogni cittadino europeo di soggiornare in un paese diverso dal proprio, subordinandolo a talune condizioni (assicurazione sanitaria e risorse sufficienti) e prevedendo, su semplice presentazione di un documento d'identità, il rilascio di una carta di soggiorno valida cinque anni, rinnovabile e riconfermabile dopo due anni di soggiorno (sono previste deroghe per motivi di ordine pubblico, pubblica sicurezza o sanità pubblica); 2) la direttiva 90/365 che disciplina la materia in modo analogo alla precedente, riconoscendo il diritto di soggiorno dei lavoratori salariati e non salariati, cittadini di uno Stato membro, che hanno cessato la loro attività professionale, ma che hanno esercitato nella Comunità un'attività come lavoratori salariati o non salariati, a condizione che beneficino di una pensione d'invalidità, di un pensionamento anticipato o di una pensione per vecchiaia oppure di una rendita per infortunio sul lavoro o per malattia professionale. Nel descritto quadro di normazione comunitaria vigente all'epoca della proposizione del ricorso in primo grado si inseriscono poi le disposizioni emanate dal legislatore nazionale: prime, in ordine cronologico, le norme riguardanti la circolazione ed il soggiorno dei cittadini degli Stati membri della CEE, contenute nel DPR 30 dicembre 1965 n. 1656 e successive modificazioni. In esse vengono espressamente previste (artt.1-5) disposizioni concernenti l'ingresso o il soggiorno dei cittadini degli Stati membri della Comunità economica europea nel territorio della Repubblica, nonché il loro allontanamento dal territorio stesso e viene altresì previsto (art.6)che a dette disposizioni possa derogarsi solo per motivi di ordine pubblico, di pubblica sicurezza o di sanità pubblica. I provvedimenti di ordine pubblico o di pubblica sicurezza devono essere adottati esclusivamente in relazione al comportamento personale dell'individuo e la sola esistenza di condanne penali non può automaticamente giustificare l'adozione di tali provvedimenti. Seguono, le norme di cui alla L. 28 febbraio 1990 n. 39, di conversione, con modificazioni, del d.l. 30 dicembre 1989 n. 416, recante norme urgenti in materia di asilo politico, di ingresso e soggiorno dei cittadini extracomunitari ed apolidi già presenti nel territorio dello Stato, nonché disposizioni in materia di asilo. L'art.7 di detta legge disciplina specificamente anche l'ipotesi di espulsione dal territorio dello Stato quale misura di polizia per motivi di ordine pubblico o di sicurezza dello Stato, oltre che quale misura di sicurezza, mentre l'art. 13 (disposizioni di coordinamento e abrogazioni- Entrata in vigore) prevede, al primo comma, che le disposizioni del decreto convertito si applichino anche ai cittadini dei paesi comunitari e agli apolidi, in quanto più favorevoli, nonché ai cittadini o ex cittadini italiani o ai cittadini stranieri di origine italiana che rientrino nel territorio nazionale. 5. Il descritto quadro normativo consente, ad avviso della Sezione, di ritenere l'infondatezza della tesi fatta propria dal giudice di I grado secondo cui vi sarebbe un vuoto normativo per quel che riguarda la possibilità di espulsione da uno Stato membro di un cittadino comunitario. Invero, le menzionate disposizioni, comunitarie e nazionali, che si riferiscono sempre all'ingresso e soggiorno nello Stato dei cittadini comunitari, ancorchè al soggiorno degli stessi venga riservata una disciplina specifica contemplano sempre possibilità di deroga agli istituti ivi disciplinati per motivi di ordine pubblico, di pubblica sicurezza o di sanità pubblica e prevedono specificamente l'ipotesi dell'allontanamento dal territorio del cittadino comunitario che versi in determinate condizioni. D'altro canto, per quel che attiene alla normativa nazionale, va rilevato che le disposizioni di cui al DPR n. 1656 del 30/12/65 e alla L.n. 39/90 individuano una serie di situazioni, fra loro integrate e complementari, di talchè, ove i cittadini comunitari non versino nelle situazioni individuate dal DPR cit. agli stessi si applicano, se non ne esistono di più favorevoli e in quanto compatibili con il loro particolare status, le disposizioni di cui alla legge n. 39/90. Fra dette disposizioni rientra quella relativa all'espulsione dallo Stato per motivi di ordine pubblico o di pubblica sicurezza di cui all'art. 7 legge cit. e l'eventuale provvedimento di espulsione di un cittadino di uno Stato appartenente alla Comunità economica europea, adottato da uno Stato membro della medesima, non può, ad avviso del Collegio, ritenersi contrastante con il principio di libera circolazione delle persone, allorchè consegua a ragioni di ordine pubblico, di pubblica sicurezza o di sanità pubblica, sia per la specifica previsione di deroga contenuta per tali casi dalle disposizioni comunitarie e nazionali ricordate, sia perché in tale caso la misura espulsiva costituisce il necessario deterrente proprio per il rispetto della libera circolazione(cfr. Cass.pen. I Sez., n. 1462/97; TAR Liguria II Sez., n. 133 del 29/04/92) non potendo le ragioni della solidarietà umana essere affermate al di fuori di un corretto bilanciamento dei valori in gioco, di cui si è fatto carico il Legislatore (cfr. Corte cost. n. 353 del 21/11/97).


29/11/2002                                200206522

Consiglio di Stato, sez. IV, 29 novembre 2002, n. 64522

MILITARI

AVANZAMENTO

Il giudizio discrezionale della Commissione superiore di avanzamento è sindacabile in sede giurisdizionale, ma il giudice amministrativo può semplicemente verificare che l'Amministrazione abbia applicato criteri di valutazione omogenei tra candidato e candidato, tenendo presente che- atteso l'ampio margine di discrezionalità di cui questa dispone -tale omogeneità può dirsi violata unicamente quando la valutazione dei titoli dei vari ufficiali sia inficiata da illogicità ed irrazionalità manifesta rilevabili ictu oculi.

In sede di esame della legittimità di uno scrutinio di avanzamento a scelta degli ufficiali, sussiste il vizio di eccesso di potere in senso relativo qualora il giudice -nell'esaminare le varie posizioni dei parigrado valutati -senza effettuare una comparazione tra le stesse e ricercando la coerenza generale delle valutazioni contestualmente espresse in rapporto ad elementi oggettivi di giudizio-accerta il mancato rispetto della logica del metodo di valutazione e la violazione della regola dell'uniformità dei criteri di giudizio.

Ai fini della promozione al grado superiore, gli "apprezzamenti elogiativi" conseguiti dall’ufficiale durante la sua carriera vanno pur sempre inseriti nel contesto valutativo ricavabile dall'esame dell'intera documentazione caratteristica dell'interessato, non potendo assumere ex se valore decisivo; pertanto, non si può attribuire a siffatti riconoscimenti conseguiti dagli scrutinandi un decisivo valore differenziale in sede di avanzamento, non essendo essi ex se indicativi di una maggiore capacità e professionalità dell'ufficiale.

 


29/11/2002                                200206521

Consiglio di Stato, sez. IV, 29 novembre 2002, n. 64521

DIPENDENTI DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE IN GENERE

PROCEDIMENTO DISCIPLINARE

Il nodo della controversia consiste nello stabilire se sia configurabile, nella fattispecie, la violazione dell'art. 120 del D.P.R. 10 gennaio 1957 n. 3, che prevede l'estinzione del procedimento quando siano decorsi novanta giorni dall'ultimo atto senza che nessun ulteriore atto sia stato compiuto. Il principio affermato nel citato art. 120 è quello di evitare che il procedimento disciplinare, una volta iniziato, duri troppo a lungo, con evidenti conseguenze sfavorevoli per gli incolpati. La legge vuole invece che esso si concluda in un arco di tempo ragionevole ed a tale scopo è stato previsto il termine di 90 giorni entro il quale occorre compiere ogni ulteriore atto. La questione sottoposta all'esame del Collegio riguarda appunto la decorrenza del predetto termine ai fini dell'estinzione del procedimento disciplinare. Come la Sezione ha già avuto modo di affermare (cfr. dec. n. 561/95; n. 1230/00), gli atti che, ai sensi dell'art. 120 DPR n. 3 del 1957, valgono ad interrompere il termine di 90 giorni, previsto per l'estinzione del procedimento disciplinare, sono quelli esplicitamente contemplati nella legge e che costituiscono le varie tappe dell'iter procedimentale. In realtà, l'estinzione del procedimento disciplinare per decorrenza di un termine non inferiore a 90 giorni fra un atto e l'altro, è automatica ed è indipendente dalle ragioni che hanno determinato la stasi del procedimento stesso, essendo volta, come già detto, alla finalità di evitare che il procedimento disciplinare possa protrarsi oltre un ragionevole limite di tempo (cfr. IV Sez., n. 561 e 1230 cit; n. 509/88). Va, poi, rilevato che è influente, nell'interruzione del procedimento, il momento in cui è stato emesso l'atto da cui devono farsi decorrere i 120 giorni, se da tale data esso comincia a produrre i suoi effetti (cfr. Cons. Stato, VI Sez., n. 206/84) e, nel caso de quo, ciò non sembra revocabile in dubbio, se si considera che la relazione del funzionario istruttore, rimessa dal medesimo all'Amministrazione in data 18/12/97, da tale data diviene definitiva nelle sue conclusioni, a nulla rilevando, in quanto non previsto dalla legge, il momento in cui essa perviene materialmente all'Amministrazione. L'accettare l'opposta tesi contrasterebbe con il summenzionato scopo della norma, che attraverso l'automaticità dell'estinzione del procedimento e l'indipendenza dalle ragioni che hanno determinato la stasi del procedimento stesso, è volta ad evitare che la eccessiva durata del procedimento si traduca in conseguenze negative per l'incolpato, salvo quando ricorrano circostanze obiettive ed esterne, nella specie non riscontrabili, che portino a giustificare il superamento del termine decadenziale perché impediscono il normale svolgimento della procedura nei modi e nei tempi prescritti, come tali non imputabili all'inerzia dell'Autorità procedente (cfr. Cons. Stato, IV Sez., n. 1230/00).


29/11/2002                                200206520

Consiglio di Stato, sez. IV, 29 novembre 2002, n. 64520

Dichiara l'improcedibilità del ricorso


29/11/2002                                200206519

Consiglio di Stato, sez. IV, 29 novembre 2002, n. 64519

REGOLAMENTO DI COMPETENZA

La regola attributiva della competenza territoriale al T.A.R. del Lazio trova applicazione per i provvedimenti relativi a magistrati rientranti nella sfera di attribuzioni del Consiglio superiore della magistratura (C.di S., IV Sez., 27 aprile 1993 n. 477; id. 4 maggio 1993 n. 508; id. 17 aprile 1998 n. 654 ). 2. Per quanto riguarda i giudici di pace, la L. 21 novembre 1991 n. 374, nell'istituire tale figura stabilisce che "l'ufficio del giudice di pace è ricoperto da un magistrato onorario appartenente all'ordine giudiziario" (art. 1 co.2) e che i magistrati onorari chiamati a ricoprire l'ufficio di giudice di pace sono nominati con D.P.R., previa deliberazione del C.S.M. (art.4). E' indubbio, pertanto, che i giudici di pace, pur essendo magistrati onorari, appartengono all'ordine giudiziario e che, pertanto, i provvedimenti relativi al loro status, ivi compresi quelli relativi alla loro decadenza dall'incarico per incompatibilità, rientrano nella sfera di competenza del C.S.M. Ne consegue che trova applicazione la regola di competenza territoriale stabilita dall'art.4 L.n. 74 del 1990, secondo cui i provvedimenti relativi a magistrati sono impugnabili innanzi al T.A.R. del Lazio.


29/11/2002                                200206518

Consiglio di Stato, sez. IV, 29 novembre 2002, n. 64518

PROCESSO AMMINISTRATIVO

CAMERA DI CONSIGLIO

L’art. 6, C.E.D.U., conferisce agli Stati membri dell’Unione Europea la facoltà di emanare una normativa di attuazione che, nell’ordinamento italiano, trova riscontro nell’art. 25, legge n. 241/1990, il quale in materia di accesso prevede il rito della camera di consiglio, caratterizzato da garanzie non dissimili da quelle fornite dalla pubblica udienza, che in proposito si contraddistingue (oltre che per l’uso della toga) unicamente per la possibile presenza (peraltro, più teorica che pratica, come l’esperienza quotidiana insegna) del pubblico.

PROCESSO AMMINISTRATIVO

RICUSAZIONE

L’istanza di ricusazione che, come prospettata nella sua formulazione scritta (la quale, come formale dichiarazione di volontà, non ammette orali operazioni integrative dei contenuti), risulti testualmente limitata a determinati ricorsi, rimane estranea ad altre vertenze, configurandosi la stessa come un’istanza non suscettibile di accoglimento ed inidonea allo scopo per l’insormontabile ostacolo costituito dal puntuale disposto di cui all’art. 48, R.D. n. 642/1907 (nella fattispecie, l’interessato aveva tentato, nel corso della sua autodifesa in camera di consiglio, di estendere oralmente ad altre controversie la portata della ricusazione stessa).

REVOCAZIONE

ERRORE DI FATTO

Non possono prospettarsi come errori di fatto quelli che, tutt’al più, potrebbero configurarsi come errori di diritto su questioni comunque prese in esame dal collegio e risolte in modo forse non condivisibile, ma cionondimeno idoneo a chiudere definitivamente la controversia in questione, con una decisione resa nell’ultimo grado di giudizio di merito contemplato dall’ordinamento e quindi intangibile.


29/11/2002                                200206517

Consiglio di Stato, sez. IV, 29 novembre 2002, n. 64517

PROCESSO AMMINISTRATIVO

CAMERA DI CONSIGLIO

L’art. 6, C.E.D.U., conferisce agli Stati membri dell’Unione Europea la facoltà di emanare una normativa di attuazione che, nell’ordinamento italiano, trova riscontro nell’art. 25, legge n. 241/1990, il quale in materia di accesso prevede il rito della camera di consiglio, caratterizzato da garanzie non dissimili da quelle fornite dalla pubblica udienza, che in proposito si contraddistingue (oltre che per l’uso della toga) unicamente per la possibile presenza (peraltro, più teorica che pratica, come l’esperienza quotidiana insegna) del pubblico.

PROCESSO AMMINISTRATIVO

RICUSAZIONE

L’istanza di ricusazione che, come prospettata nella sua formulazione scritta (la quale, come formale dichiarazione di volontà, non ammette orali operazioni integrative dei contenuti), risulti testualmente limitata a determinati ricorsi, rimane estranea ad altre vertenze, configurandosi la stessa come un’istanza non suscettibile di accoglimento ed inidonea allo scopo per l’insormontabile ostacolo costituito dal puntuale disposto di cui all’art. 48, R.D. n. 642/1907 (nella fattispecie, l’interessato aveva tentato, nel corso della sua autodifesa in camera di consiglio, di estendere oralmente ad altre controversie la portata della ricusazione stessa).

REGOLAMENTO DI COMPETENZA

In base all’art. 3, secondo comma, legge n. 1034/1971, per gli atti emessi da organi centrali dello Stato, la cui efficacia sia limitata territorialmente alla circoscrizione di un determinato Tribunale amministrativo regionale, la competenza appartiene a quest’ultimo, mentre deve applicarsi il secondo criterio generale (concernente l’ambito di efficacia dell’atto che si impugna) di ripartizione della competenza territoriale dei T.A.R. (e non quello relativo al foro speciale del pubblico impiego) quando risulti evidente che il prospettato regolamento di competenza si inserisca in un ricorso originariamente proposto in materia di accesso agli atti e non in tema d’impiego pubblico.


29/11/2002                                200206516

Consiglio di Stato, sez. IV, 29 novembre 2002, n. 64516

PROCESSO AMMINISTRATIVO

CAMERA DI CONSIGLIO

L’art. 6, C.E.D.U., conferisce agli Stati membri dell’Unione Europea la facoltà di emanare una normativa di attuazione che, nell’ordinamento italiano, trova riscontro nell’art. 25, legge n. 241/1990, il quale in materia di accesso prevede il rito della camera di consiglio, caratterizzato da garanzie non dissimili da quelle fornite dalla pubblica udienza, che in proposito si contraddistingue (oltre che per l’uso della toga) unicamente per la possibile presenza (peraltro, più teorica che pratica, come l’esperienza quotidiana insegna) del pubblico.

PROCESSO AMMINISTRATIVO

RICUSAZIONE

L’istanza di ricusazione che, come prospettata nella sua formulazione scritta (la quale, come formale dichiarazione di volontà, non ammette orali operazioni integrative dei contenuti), risulti testualmente limitata a determinati ricorsi, rimane estranea ad altre vertenze, configurandosi la stessa come un’istanza non suscettibile di accoglimento ed inidonea allo scopo per l’insormontabile ostacolo costituito dal puntuale disposto di cui all’art. 48, R.D. n. 642/1907 (nella fattispecie, l’interessato aveva tentato, nel corso della sua autodifesa in camera di consiglio, di estendere oralmente ad altre controversie la portata della ricusazione stessa).

E’ inammissibile, prima che infondata, l’istanza di ricusazione, in assenza di un minimo di attendibilità dell’istanza stessa, che l’ordinamento non concepisce come uno strumento adoperabile sistematicamente per ostacolare sine die il regolare funzionamento dell’apparato giurisdizionale, ma solo per porre rimedio ad isolate ed occasionali disfunzioni dello stesso, riconducibili a fenomeni per lo più imprevedibili.

ACCESSO AI DOCUMENTI

La nota in data 21 marzo 2000 della Presidenza del Consiglio dei Ministri (Dipartimento della Funzione pubblica) si limita a consentire (senza peraltro imporla) un’eventuale trasmissione postale di atti e documenti al domicilio di chi voglia esercitare il proprio titolo all’accesso, tanto più ove l’interessato abbia già ottenuto la documentazione richiesta, prima ancora di notificare il ricorso di primo grado (come nella fattispecie è avvenuto).


29/11/2002                                200206515

Consiglio di Stato, sez. IV, 29 novembre 2002, n. 64515

PROCESSO AMMINISTRATIVO

CAMERA DI CONSIGLIO

L’art. 6, C.E.D.U., conferisce agli Stati membri dell’Unione Europea la facoltà di emanare una normativa di attuazione che, nell’ordinamento italiano, trova riscontro nell’art. 25, legge n. 241/1990, il quale in materia di accesso prevede il rito della camera di consiglio, caratterizzato da garanzie non dissimili da quelle fornite dalla pubblica udienza, che in proposito si contraddistingue (oltre che per l’uso della toga) unicamente per la possibile presenza (peraltro, più teorica che pratica, come l’esperienza quotidiana insegna) del pubblico.

PROCESSO AMMINISTRATIVO

RICUSAZIONE

L’istanza di ricusazione che, come prospettata nella sua formulazione scritta (la quale, come formale dichiarazione di volontà, non ammette orali operazioni integrative dei contenuti), risulti testualmente limitata a determinati ricorsi, rimane estranea ad altre vertenze, configurandosi la stessa come un’istanza non suscettibile di accoglimento ed inidonea allo scopo per l’insormontabile ostacolo costituito dal puntuale disposto di cui all’art. 48, R.D. n. 642/1907 (nella fattispecie, l’interessato aveva tentato, nel corso della sua autodifesa in camera di consiglio, di estendere oralmente ad altre controversie la portata della ricusazione stessa).

E’ inammissibile, prima che infondata, l’istanza di ricusazione, in assenza di un minimo di attendibilità dell’istanza stessa, che l’ordinamento non concepisce come uno strumento adoperabile sistematicamente per ostacolare sine die il regolare funzionamento dell’apparato giurisdizionale, ma solo per porre rimedio ad isolate ed occasionali disfunzioni dello stesso, riconducibili a fenomeni per lo più imprevedibili.

ACCESSO AI DOCUMENTI

La nota in data 21 marzo 2000 della Presidenza del Consiglio dei Ministri (Dipartimento della Funzione pubblica) si limita a consentire (senza peraltro imporla) un’eventuale trasmissione postale di atti e documenti al domicilio di chi voglia esercitare il proprio titolo all’accesso, tanto più ove l’interessato abbia già ottenuto la documentazione richiesta, prima ancora di notificare il ricorso di primo grado (come nella fattispecie è avvenuto).


29/11/2002                                200206514

Consiglio di Stato, sez. IV, 29 novembre 2002, n. 64514

PROCESSO AMMINISTRATIVO

CAMERA DI CONSIGLIO

L’art. 6, C.E.D.U., conferisce agli Stati membri dell’Unione Europea la facoltà di emanare una normativa di attuazione che, nell’ordinamento italiano, trova riscontro nell’art. 25, legge n. 241/1990, il quale in materia di accesso prevede il rito della camera di consiglio, caratterizzato da garanzie non dissimili da quelle fornite dalla pubblica udienza, che in proposito si contraddistingue (oltre che per l’uso della toga) unicamente per la possibile presenza (peraltro, più teorica che pratica, come l’esperienza quotidiana insegna) del pubblico.

PROCESSO AMMINISTRATIVO

RICUSAZIONE

L’istanza di ricusazione che, come prospettata nella sua formulazione scritta (la quale, come formale dichiarazione di volontà, non ammette orali operazioni integrative dei contenuti), risulti testualmente limitata a determinati ricorsi, rimane estranea ad altre vertenze, configurandosi la stessa come un’istanza non suscettibile di accoglimento ed inidonea allo scopo per l’insormontabile ostacolo costituito dal puntuale disposto di cui all’art. 48, R.D. n. 642/1907 (nella fattispecie, l’interessato aveva tentato, nel corso della sua autodifesa in camera di consiglio, di estendere oralmente ad altre controversie la portata della ricusazione stessa).

E’ inammissibile, prima che infondata, l’istanza di ricusazione, in assenza di un minimo di attendibilità dell’istanza stessa, che l’ordinamento non concepisce come uno strumento adoperabile sistematicamente per ostacolare sine die il regolare funzionamento dell’apparato giurisdizionale, ma solo per porre rimedio ad isolate ed occasionali disfunzioni dello stesso, riconducibili a fenomeni per lo più imprevedibili.

ACCESSO AI DOCUMENTI

La nota in data 21 marzo 2000 della Presidenza del Consiglio dei Ministri (Dipartimento della Funzione pubblica) si limita a consentire (senza peraltro imporla) un’eventuale trasmissione postale di atti e documenti al domicilio di chi voglia esercitare il proprio titolo all’accesso, tanto più ove l’interessato abbia già ottenuto la documentazione richiesta, prima ancora di notificare il ricorso di primo grado (come nella fattispecie è avvenuto).


29/11/2002                                200206513

Consiglio di Stato, sez. IV, 29 novembre 2002, n. 64513

PROCESSO AMMINISTRATIVO

CAMERA DI CONSIGLIO

L’art. 6, C.E.D.U., conferisce agli Stati membri dell’Unione Europea la facoltà di emanare una normativa di attuazione che, nell’ordinamento italiano, trova riscontro nell’art. 25, legge n. 241/1990, il quale in materia di accesso prevede il rito della camera di consiglio, caratterizzato da garanzie non dissimili da quelle fornite dalla pubblica udienza, che in proposito si contraddistingue (oltre che per l’uso della toga) unicamente per la possibile presenza (peraltro, più teorica che pratica, come l’esperienza quotidiana insegna) del pubblico.

PROCESSO AMMINISTRATIVO

RICUSAZIONE

L’istanza di ricusazione che, come prospettata nella sua formulazione scritta (la quale, come formale dichiarazione di volontà, non ammette orali operazioni integrative dei contenuti), risulti testualmente limitata a determinati ricorsi, rimane estranea ad altre vertenze, configurandosi la stessa come un’istanza non suscettibile di accoglimento ed inidonea allo scopo per l’insormontabile ostacolo costituito dal puntuale disposto di cui all’art. 48, R.D. n. 642/1907 (nella fattispecie, l’interessato aveva tentato, nel corso della sua autodifesa in camera di consiglio, di estendere oralmente ad altre controversie la portata della ricusazione stessa).

E’ inammissibile, prima che infondata, l’istanza di ricusazione, in assenza di un minimo di attendibilità dell’istanza stessa, che l’ordinamento non concepisce come uno strumento adoperabile sistematicamente per ostacolare sine die il regolare funzionamento dell’apparato giurisdizionale, ma solo per porre rimedio ad isolate ed occasionali disfunzioni dello stesso, riconducibili a fenomeni per lo più imprevedibili.

ACCESSO AI DOCUMENTI

La nota in data 21 marzo 2000 della Presidenza del Consiglio dei Ministri (Dipartimento della Funzione pubblica) si limita a consentire (senza peraltro imporla) un’eventuale trasmissione postale di atti e documenti al domicilio di chi voglia esercitare il proprio titolo all’accesso, tanto più ove l’interessato abbia già ottenuto la documentazione richiesta, prima ancora di notificare il ricorso di primo grado (come nella fattispecie è avvenuto).


29/11/2002                                200206512

Consiglio di Stato, sez. IV, 29 novembre 2002, n. 64512

PROCESSO AMMINISTRATIVO

CAMERA DI CONSIGLIO

L’art. 6, C.E.D.U., conferisce agli Stati membri dell’Unione Europea la facoltà di emanare una normativa di attuazione che, nell’ordinamento italiano, trova riscontro nell’art. 25, legge n. 241/1990, il quale in materia di accesso prevede il rito della camera di consiglio, caratterizzato da garanzie non dissimili da quelle fornite dalla pubblica udienza, che in proposito si contraddistingue (oltre che per l’uso della toga) unicamente per la possibile presenza (peraltro, più teorica che pratica, come l’esperienza quotidiana insegna) del pubblico.

PROCESSO AMMINISTRATIVO

RICUSAZIONE

L’istanza di ricusazione che, come prospettata nella sua formulazione scritta (la quale, come formale dichiarazione di volontà, non ammette orali operazioni integrative dei contenuti), risulti testualmente limitata a determinati ricorsi, rimane estranea ad altre vertenze, configurandosi la stessa come un’istanza non suscettibile di accoglimento ed inidonea allo scopo per l’insormontabile ostacolo costituito dal puntuale disposto di cui all’art. 48, R.D. n. 642/1907 (nella fattispecie, l’interessato aveva tentato, nel corso della sua autodifesa in camera di consiglio, di estendere oralmente ad altre controversie la portata della ricusazione stessa).

E’ inammissibile, prima che infondata, l’istanza di ricusazione, in assenza di un minimo di attendibilità dell’istanza stessa, che l’ordinamento non concepisce come uno strumento adoperabile sistematicamente per ostacolare sine die il regolare funzionamento dell’apparato giurisdizionale, ma solo per porre rimedio ad isolate ed occasionali disfunzioni dello stesso, riconducibili a fenomeni per lo più imprevedibili.

ACCESSO AI DOCUMENTI

La nota in data 21 marzo 2000 della Presidenza del Consiglio dei Ministri (Dipartimento della Funzione pubblica) si limita a consentire (senza peraltro imporla) un’eventuale trasmissione postale di atti e documenti al domicilio di chi voglia esercitare il proprio titolo all’accesso, tanto più ove l’interessato abbia già ottenuto la documentazione richiesta, prima ancora di notificare il ricorso di primo grado (come nella fattispecie è avvenuto).


29/11/2002                                200206511

Consiglio di Stato, sez. IV, 29 novembre 2002, n. 64511

PROCESSO AMMINISTRATIVO

CAMERA DI CONSIGLIO

L’art. 6, C.E.D.U., conferisce agli Stati membri dell’Unione Europea la facoltà di emanare una normativa di attuazione che, nell’ordinamento italiano, trova riscontro nell’art. 25, legge n. 241/1990, il quale in materia di accesso prevede il rito della camera di consiglio, caratterizzato da garanzie non dissimili da quelle fornite dalla pubblica udienza, che in proposito si contraddistingue (oltre che per l’uso della toga) unicamente per la possibile presenza (peraltro, più teorica che pratica, come l’esperienza quotidiana insegna) del pubblico.

PROCESSO AMMINISTRATIVO

RICUSAZIONE

L’istanza di ricusazione che, come prospettata nella sua formulazione scritta (la quale, come formale dichiarazione di volontà, non ammette orali operazioni integrative dei contenuti), risulti testualmente limitata a determinati ricorsi, rimane estranea ad altre vertenze, configurandosi la stessa come un’istanza non suscettibile di accoglimento ed inidonea allo scopo per l’insormontabile ostacolo costituito dal puntuale disposto di cui all’art. 48, R.D. n. 642/1907 (nella fattispecie, l’interessato aveva tentato, nel corso della sua autodifesa in camera di consiglio, di estendere oralmente ad altre controversie la portata della ricusazione stessa).

E’ inammissibile, prima che infondata, l’istanza di ricusazione, in assenza di un minimo di attendibilità dell’istanza stessa, che l’ordinamento non concepisce come uno strumento adoperabile sistematicamente per ostacolare sine die il regolare funzionamento dell’apparato giurisdizionale, ma solo per porre rimedio ad isolate ed occasionali disfunzioni dello stesso, riconducibili a fenomeni per lo più imprevedibili.

ACCESSO AI DOCUMENTI

L’accesso è consentibile solo nei confronti di atti e provvedimenti di natura strettamente amministrativa (con esclusione di quelli giurisdizionali o collegati con l’attività giurisdizionale, come i criteri, definitivi o provvisori, di ripartizione degli affari penali tra i pubblici ministeri di ciascuna Procura della Repubblica) e s’inquadra non nella figura del diritto soggettivo, ma in quella dell’interesse legittimo.


29/11/2002                                200206510

Consiglio di Stato, sez. IV, 29 novembre 2002, n. 64510

PROCESSO AMMINISTRATIVO

CAMERA DI CONSIGLIO

L’art. 6, C.E.D.U., conferisce agli Stati membri dell’Unione Europea la facoltà di emanare una normativa di attuazione che, nell’ordinamento italiano, trova riscontro nell’art. 25, legge n. 241/1990, il quale in materia di accesso prevede il rito della camera di consiglio, caratterizzato da garanzie non dissimili da quelle fornite dalla pubblica udienza, che in proposito si contraddistingue (oltre che per l’uso della toga) unicamente per la possibile presenza (peraltro, più teorica che pratica, come l’esperienza quotidiana insegna) del pubblico.

PROCESSO AMMINISTRATIVO

RICUSAZIONE

L’istanza di ricusazione che, come prospettata nella sua formulazione scritta (la quale, come formale dichiarazione di volontà, non ammette orali operazioni integrative dei contenuti), risulti testualmente limitata a determinati ricorsi, rimane estranea ad altre vertenze, configurandosi la stessa come un’istanza non suscettibile di accoglimento ed inidonea allo scopo per l’insormontabile ostacolo costituito dal puntuale disposto di cui all’art. 48, R.D. n. 642/1907 (nella fattispecie, l’interessato aveva tentato, nel corso della sua autodifesa in camera di consiglio, di estendere oralmente ad altre controversie la portata della ricusazione stessa).

E’ inammissibile, prima che infondata, l’istanza di ricusazione, in assenza di un minimo di attendibilità dell’istanza stessa, che l’ordinamento non concepisce come uno strumento adoperabile sistematicamente per ostacolare sine die il regolare funzionamento dell’apparato giurisdizionale, ma solo per porre rimedio ad isolate ed occasionali disfunzioni dello stesso, riconducibili a fenomeni per lo più imprevedibili.

ACCESSO AI DOCUMENTI

La nota in data 21 marzo 2000 della Presidenza del Consiglio dei Ministri (Dipartimento della Funzione pubblica) si limita a consentire (senza peraltro imporla) un’eventuale trasmissione postale di atti e documenti al domicilio di chi voglia esercitare il proprio titolo all’accesso.

Non sussiste un interesse qualificato ad accedere ad atti e documenti già in precedenza ottenuti dal medesimo ufficio.

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