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Diritto.it

ISSN 1127-8579

Pubblicato dal 07/09/2016

All'indirizzo http://dirittodifamiglia.diritto.it/docs/38573-qualche-istantanea-a-prima-lettura-sulla-nozione-di-convivenza-di-fatto

Autore: Panozzo Rober

Qualche istantanea – a prima lettura – sulla nozione di “convivenza di fatto”

Qualche istantanea – a prima lettura – sulla nozione di “convivenza di fatto”

Pubblicato in Diritto civile e commerciale il 07/09/2016

Autore

46403 Panozzo Rober
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Qualche istantanea – a prima lettura – sulla nozione di  “convivenza di fatto” Dopo un sofferto iter parlamentare, è stata approvata – ed il Presidente della repubblica ha promulgato – la legge 20 maggio 2016, n. 76, Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze (1).
 
            Questi primi(ssimi) flash – neanche note, poiché esternano più (delle) impressioni, che (delle, seppur approssimative) analisi – intendono focalizzare l’attenzione sulla nozione di convivenza di fatto, come disciplinata dai commi 36 (2) e 37 (3) – dell’art. 1 – della novella.
 
Secondo lo schema legislativo, adottato dal comma 36,  la convivenza di fatto (ai fini di quanto previsto dalla novella) presuppone la presenza di:
 
A)due persone [di diverso o dello stesso sesso (4)];
 
B)maggiorenni;
 
C)unite stabilmente (5) da legami:
C1)affettivi di coppia (6);
C2)di  reciproca  assistenza morale e materiale (7)
 
D)non vincolate da:
D1)rapporti di parentela;
D2)rapporti di affinità;
D3)rapporti di adozione;
D4)matrimonio
D5)unione civile.
 
            Tra gli argomenti controversi, proposti dal comma 36, segnaliamo due questioni, che meritano un – primo – approccio: l’individuazione dei gradi (di parentela o affinità) ostativi al rapporto e la perimetrazione  dell’ostacolo coniugale.
 
In relazione al primo punto, premesso che la lacuna non è unica, nel panorama giuridico (8), occorre evidenziare come già in sede di lavori parlamentari fosse stata segnalata la mancanza
di specifiche (9). Secondo dottrina autorevole, precluso il ricorso all’analogia, mercé “il carattere eccezionale” della norma, “alla convivenza more uxorio … tra parenti e affini in qualsiasi grado (anche eventualmente remoto), non saranno applicabili le disposizioni speciali dettate dalla riforma in esame” (10). Altra tesi – che a noi appare maggiormente in linea con la ratio legis – ritiene che “la rilevanza della parentela e dell’affinità, come elemento ostativo alla convivenza, coincide con quanto previsto dal codice civile per il matrimonio”, in quanto la diversa soluzione “porterebbe all’assurdo che i limiti alla realizzazione della convivenza sarebbero maggiori dei limiti stabiliti dall’art. 87 c.c. per il matrimonio” (11).
 
Quanto al vincolo derivante dal matrimonio o dall’unione civile, i primi commentatori tendono ad interpretarlo in relazione – non solo ai rapporti interni alla coppia, ma anche – ai terzi; id est: la

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la novella non trova applicazione qualora un componente – la convivenza di fatto – sia coniugato o unito civilmente con una terza persona (12). Si tratta di una limitazione – che pure trova conforto, tra l’altro, nel c. 59, lett. c), ove è prevista la risoluzione del contratto di convivenza a seguito del “matrimonio o unione civile tra i conviventi o tra un  convivente ed altra persona” – obiettivamente pesante, anche alla luce dell’incidenza dello status di separato (13). Dottrina autorevole, peraltro, tende ad escludere la rilevanza dell’impedimento “per gli effetti diversi dall’ammissibilità della stipula di contratti di convivenza, così come per quelli non legati a profili disciplinati dalla riforma, proprio perché lì non sussistono specifiche norme impeditive” (14).
 
Un apposito comma, il 37, è dedicato alle modalità di accertamento della ‘stabile convivenza’.
 
E’ da premettere che l’ordinamento anagrafico già conosce – in disparte le convivenze funzionali, caratterizzate dalla coabitazione nell’ambito (ed in quanto parte) di una determinata struttura sociale (15) –  il fenomeno delle convivenze affettive (all’interno della famiglia anagrafica): secondo l’art. 4 del d.P.R. 223/1989, per famiglia, agli effetti anagrafici, si intende un insieme di persone legate (tra l’altro) da “vincoli affettivi, coabitanti ed aventi dimora abituale nello stesso comune”.
 
L’impatto della novella – nello specifico, per quanto qui interessa, del comma 37, per effetto del quale, ferma restando  la sussistenza dei presupposti elencati nel comma precedente, “per l’accertamento della stabile  convivenza  si  fa  riferimento alla dichiarazione anagrafica di cui all’articolo 4 e alla lettera b) del comma 1 dell’articolo 13 del regolamento” (anagrafico) – con l’ordito anagrafico pone non pochi interrogativi. Spiccano (beninteso: nell’ambito di un primo – superficiale – approccio) due problematiche: la valenza della dichiarazione anagrafica, rispetto al fenomeno convivenze di fatto, e la sorte delle
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